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L’acqua e l’inquinamento: una lotta impari

Febbraio 24, 2023

* L’immagine di copertina di questo report è stata presa dal sito The Pew Charitable Trusts, consultabile al seguente link: https://www.pewtrusts.org/en/research-and-analysis/articles/2020/10/02/solving-ocean-plastic-pollution-wont-be-easy-but-we-have-no-choice.

Potremmo definire la parola “inquinamento” come una buzz word, ossia una di quelle parole che sentiamo pronunciare tutti i giorni e che sono sulla bocca di tutti ma di cui, molto spesso, si ignora il significato. L’inquinamento è, infatti, una realtà onnipresente che si ripercuote in ogni nostra azione, dalla più semplice (come navigare in Internet o accendere la luce) alla più complessa (come le attività industriali o il traffico). Tutto ciò che ci circonda è ormai fonte di inquinamento.

Ma cosa si intende per inquinamento? L’inquinamento è un’alterazione dell’ambiente e si verifica quando esso viene contaminato da rifiuti nocivi (di origine sia naturale che umana). È un problema ambientale globale, riguarda tutti gli Stati e ha ripercussioni sia sulla biodiversità che sulla salute umana. Infatti, la prolungata esposizione ad agenti inquinanti, così come il bere per tempo prolungato acque contaminate, potrebbe comportare anche la comparsa di cancro.

Esistono diverse forme di inquinamento. Il più conosciuto, nonché il più facilmente riconoscibile, è quello causato dall’uomo attraverso l’abbandono di materiali (sia organici che inorganici) in luoghi non adibiti allo smaltimento.  Queste sostanze inquinanti alterano l’ambiente, l’aria, l’acqua e il suolo causando gravi danni con ripercussioni sull’intero ecosistema, arrivando fino a stravolgere gli equilibri naturali.

Esistono però anche alcune forme di inquinamento causate dall’ambiente stesso: l’eruzione di un vulcano, per esempio, rilascia nell’atmosfera sostanze altamente inquinanti che difficilmente l’ambiente riesce a smaltire.

Sappiamo che questo tipo di inquinamento riguarda l’acqua nella sua totalità: dall’acqua dei mari a quella delle falde acquifere. Nonostante l’acqua abbia un forte potere auto-depurante, (assorbe ossigeno dall’atmosfera e in più la sua capacità solvente le permette di sciogliere gran parte delle sostanze tossiche che vi si trovano) essa non è in grado di far fronte alla totalità delle sostanze inquinanti.

Fig. 1: Aumento dei rifiuti di plastica negli ultimi decenni: raggiunti i 300 milioni di tonnellate nel 2015
https://www.qualenergia.it/articoli/20180606-la-plastica-da-rifiuto-risorsa-l-industria-e-lambiente-ecco-come-fare/

Il principale nemico dell’acqua è la plastica: negli ultimi 65 anni ne sono stati prodotti circa 8,3 miliardi di tonnellate. È assurdo pensare come gran parte di essa sia stata utilizzata solo per pochi minuti e poi gettata via, ignorando che il suo abbandono comporta un grave impatto ambientale. In media, l’utilizzo di un sacchetto di plastica è pari, infatti, a 12 minuti, al termine dei quali è gettato via, continuando a esistere per altri 500 anni.   

Il boom della sua produzione è avvenuto a seguito della Seconda Guerra Mondiale trasformando e caratterizzando in modo profondo la nostra società. La plastica è oggi al centro dell’attività di quasi tutti i settori, utilizzata come materiale principale: dalla medicina, alle automobili agli utensili di uso quotidiano.

Il prezzo che ne stiamo pagando è altamente rischioso e riguarda la contaminazione e la distruzione di specie animali, di aree naturali nonché l’inquinamento di aree considerate fino a poco fa incontaminate. Infatti, sono state rinvenute micro-plastiche in cima all’Everest e nell’Artico: ciò avviene a causa del veloce degradamento delle micro-plastiche che, trovandosi in mare, finiscono per disfarsi in centinaia di migliaia di frammenti inferiori al mezzo centimetro riuscendo così a diffondersi nei circuiti dell’acqua potabile fino ad arrivare in luoghi “irraggiungibili”.

Secondo uno studio condotto dalla Orb Media insieme all’Università statale di New York e all’Università del Minnesota, in un campione di mezzo litro di acqua di rubinetto prelevata in un bagno del centro visitatori di Capitol Hill, la sede del Congresso a Washington, sono state trovate 16 fibre di microplastiche, uno dei totali più alti dello studio. La stessa quantità è stata trovata in un campione raccolto nella sede centrale dell’Epa (Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente). È perciò lecito pensare che mentre beviamo acqua proveniente dal nostro rubinetto ci stiamo, in un certo qual modo, avvelenando.

Le principali fonti “nascoste” da cui provengono grandi quantità di microplastiche sono:

  • le fibre sintetiche nel bucato: i vestiti in pile, acrilico e poliestere rilasciano a ogni lavaggio migliaia di fibre microscopiche. Ogni anno nelle acque reflue ne vengono rilasciate complessivamente circa un milione di tonnellate;
  • polveri di pneumatico: esse finiscono negli scarichi e in seguito nei corsi d’acqua. Ogni 100 km percorsi da automobili e camion ne vengono rilasciate nell’ambiente circa 200 grammi;
  • fibre sintetiche nell’aria: si crede che la dispersione di queste fibre dai tessuti nell’aria possa avvenire anche solamente attraverso lo sfregamento degli arti quando si cammina. Ogni anno ne finiscono nell’aria tra le tre e le dieci tonnellate;
  • residui plastici malamente smaltiti: sono forchette, sacchetti di plastica, bottiglie e così via. Si frammentano e si degradano nei mari freddi entrando nella catena alimentare marina e umana. Ogni anno se ne riversano nelle acque di oceani, fiumi e laghi circa 8 milioni di tonnellate;
  • le polveri delle vernici: usate per le abitazioni, le segnaletiche stradali e via discorrendo ricoprono interamente la superfice degli oceani[1].

L’inquinamento delle acque marine è causato per più dell’80% da attività terrestri: dispersione di sostanze chimiche e fertilizzanti, scarico di acque impure, perdite di petrolio e rifiuti sono le cause principali. Le acque più densamente inquinate sono quelle che si trovano in prossimità di grandi città, dove la produzione industriale è maggiore e di conseguenza anche la produzione di materiale inquinante.

La maggiore concentrazione di rifiuti in mare si trova in Asia e in Africa, Paesi dove la raccolta dei rifiuti è spesso inefficiente o inesistente. Ogni anno vengono prodotte circa 450 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica di cui circa 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani diventando parte costituente del regime alimentare della fauna ittica, scambiata per pesce o plancton: sono circa 700 le specie che sono state interessate da fenomeni di inquinamento da materie plastiche. Infatti, le ricerche hanno trovato fibre di plastica dentro i pesci venduti nei mercati del Sud Est asiatico, nell’Africa orientale e in California. Secondo le stime, al giorno d’oggi, sono già finiti in mare circa 86 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica.

Occorre sapere, inoltre, che fino agli anni Sessanta gli oceani venivano considerati come delle immense discariche e vi veniva smaltito di tutto: dai pesticidi ai rifiuti radioattivi. Perché un simile comportamento? Si ipotizzava che tali distese d’acqua fossero sufficientemente grandi da riuscire a smaltire e diluire enormi quantità di sostanze chimiche rendendole innocue. Inutile dire che tali sostanze non sono mai scomparse. Pochi anni dopo, all’inizio degli anni Settanta, vennero realizzati i primi passi verso la tutela e la salvaguardia di queste aree: la Convenzione di Londra del 1972 (London Dumping Convention) mira a tutelare i mari dall’inquinamento dovuti ai rifiuti tossici e radioattivi mentre il Protocollo di Londra, siglato nel 1996, ha introdotto restrizioni più severe come il divieto di scaricare e incenerire in mare rifiuti industriali, radioattivi e tossici ( Inquinamento dei mari, WWF).

L’agricoltura e l’inquinamento delle acque

Un’altra grande minaccia per l’inquinamento delle acque e delle falde acquifere è rappresentata dall’agricoltura. Il boom dell’agricoltura si ebbe dopo la Seconda Guerra Mondiale, ed è avvenuto in gran parte a causa del maggior utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, che ne velocizzavano e semplificavano i processi produttivi. Basti pensare che dal 1970 le vendite globali di pesticidi sono passate da circa un miliardo di dollari a 35 miliardi di dollari l’anno. I dati odierni sono ancora più sconcertanti: circa 115 milioni di tonnellate di fertilizzanti a base di azoto vengono diffusi ogni anno, di cui il 20% finisce con l’infiltrarsi nel suolo e il 35% si disperde negli oceani[2]. Le falde acquifere ricoprono un ruolo essenziale per l’approvvigionamento idrico delle popolazioni locali, in più raccolgono l’acqua piovana e alimentano i fiumi. Esse sono inquinate per la gran parte da nutrienti, pesticidi, sali, sedimenti, carbonio organico, agenti patogeni, metalli e residui di farmaci. Ma il principale contaminante di origine antropica è il nitrato, un fertilizzante minerale ampiamente utilizzato in agricoltura che, essendo molto solubile, si infiltra facilmente nel sottosuolo. Circa il 50% dei fertilizzanti azotati applicati ai campi viene perso nelle acque di drenaggio, sotto forma appunto di nitrati.

Fig. 4: Possibili fonti dell’inquinamento da nitrati in falda (fonte: ISPRA, 2015)
https://www.waterandfoodsecurity.org/scheda.php?id=145

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha affermato che, per evitare effetti tossici a breve termine, i nitrati nell’acqua potabile non dovrebbero superare i 50 milligrammi per litro. Inoltre, la direttiva dell’Unione Europea sulle acque stabilisce che l’acqua potabile deve essere “della migliore qualità possibile”. Questo perché i nitrati possono essere molto pericolosi per la salute umana, arrivando a poter formare nell’organismo sostanze cancerogene.

Sfortunatamente, la Spagna è il Paese dove si registra il più alto tasso di nitrati presenti nell’acqua: alcune zone di Valencia raggiungono i 500 milligrammi di nitrati per litro (dati dell’Istituto Geologico e Minerario). Un dato sconcertante e molto distante dai limiti imposti dall’OMS che ha spinto la Commissione europea a sanzionare Madrid. Secondo i dati della Generalitat Valenciana circa 216.000 persone vivono in zone in cui il livello di nitrati presente nell’acqua potabile supera il limite consentito.
Continuando ad analizzare la realtà iberica, nella regione di Valencia un totale di 453 lotti di acqua potabile è contaminato da nitrati e altre sostanze chimiche; in più, secondo il ministero della Transizione ecologica, anche la metà delle falde acquifere sotterranee spagnole è gravemente inquinata[3].

Come si legge nel rapporto Unesco, l’inquinamento agricolo è il principale fattore di degrado delle acque interne e costiere. Inoltre, “nell’Unione Europea, il 38% dei corpi idrici è sottoposto a una pressione significativa a causa dell’inquinamento agricolo. Negli Usa l’agricoltura è la principale fonte di inquinamento dei fiumi. Infine, in Cina, dove l’agricoltura è responsabile di gran parte dell’inquinamento da azoto delle acque superficiali e sotterranee[4]”.

Secondo la FAO il miglior modo per cercare di diminuire il danno sugli ecosistemi idrici e sulle ecologie rurali è quello di limitare la trasmissione di inquinanti alle fonti o intercettarli prima che arrivino a danneggiare ecosistemi vulnerabili. Per fare ciò bisogna coinvolgere gli agricoltori in prima persona e sviluppare politiche e incentivi che incoraggino il minor utilizzo di pesticidi. Esistono già diversi progetti finanziati dall’UE (come, per esempio, FERTINNOWA) che hanno lo scopo di far adottare agli agricoltori pratiche più sostenibili andando così a sostituire i fertilizzanti chimici con i fertilizzanti organici.

In più, per cercare di prevenire l’inquinamento delle falde acquifere dai nitrati, esistono norme come la Direttiva Nitrati (Direttiva 91/676/CEE recepito in Italia con il D.Lgs. 152/99) che prevede l’utilizzo di programmi intensi volti a diminuire l’impiego in agricoltura di tutti i fertilizzanti contenenti azoto nelle zone in cui le falde acquifere contengono oltre 50 mg/l di nitrati. Questa direttiva è parte integrante dell’azione normativa dell’Unione Europea per la protezione delle acque. E dal punto di vista economico? A livello globale, si stima che il costo ambientale e sociale dell’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee causato dall’agricoltura sia di diversi miliardi di dollari l’anno (OCSE, 2021).

Il Pacific Trash Vortex

Un fenomeno strettamente legato all’inquinamento delle acque è il Pacific Trash Vortex, noto anche come Great Pacific Garbage patch e significa “la grande chiazza di immondizia nel Pacifico”. Situata nell’Oceano Pacifico, è una vasta zona di accumulo di rifiuti, soprattutto di materiali plastici, di cui circa l’80% proviene dalla terra ferma mentre il restante 20% dallo scarico delle imbarcazioni. È composta da circa 20.000 pezzi per chilometro quadrato per un totale di circa 79 tonnellate di plastica. Le stime della sua grandezza variano tra i 700.000 km2 fino a più di 1 milione di km2 (cioè un’area grande quanto tre volte il territorio francese). Questo accumulo venne scoperto circa 35 anni fa e attualmente si trova concentrato e diviso principalmente in due zone differenti:

  • la prima parte, chiamata Western Garbage Patch, si trova vicino il Giappone,
  • la seconda parte, chiamata Eastern Garbage Patch, si trova tra le Hawaii e la California.

Queste due aree sono tenute insieme dalla North Pacific Subtropical Convergence Zone, situata a qualche centinaio di chilometri al nord delle isole Hawaii (Great Pacific Garbage Patch, National Geographic,). In questa zona le calde acque del Sud Pacifico incontrano le acque più fredde dell’Artico creando un vortice che sposta costantemente i detriti/rifiuti da una zona all’altra. Ed è proprio questa particolare corrente oceanica ad essere il principale responsabile della formazione di questa grande isola di rifiuti. Infatti, il suo movimento a spirale in senso orario, provoca la formazione di cumoli di rifiuti che rimangono intrappolati al centro del vortice.

Questa triste realtà è caratterizzata principalmente da materiali non biodegradabili. È certo che anche i fondali marini di questa area siano una grande discarica: circa il 70% dei detriti si trova infatti qui depositato. Questo fenomeno ha conseguenze devastanti per la flora e la fauna della zona, nonché per la qualità dell’acqua: una simile concentrazione di rifiuti è veicolo di inquinamento e malattie. Gli ecologi hanno addirittura iniziato ad utilizzare il termine “ipossia” (appartenente al mondo della medicina) per definire zone come questa, e cioè zone in cui la concentrazione di rifiuti è talmente alta da compromettere la presenza dell’ossigeno, che risulta avere una concentrazione così bassa da compromettere la vita marina.

Ma la Great Pacific Garbage patch non è purtroppo l’unica isola di rifiuti a esistere, possiamo elencare anche:

  • la South Pacific Garbage Patch al largo del Perù ed è grande 8 volte l’Italia(2,6 milioni di km2),
  • la Sargassi Garbage Patch, è l’ultima isola di plastica ad essere stata scoperta ed una delle più recenti per formazione,
  • l’Artic Garbage Patch che si trova nel Mar di Berents nel Circo Polare Artico e la sua creazione è principalmente causata delle nazioni europee.

L’associazione Ocean Cleanup, un ente non governativo, cerca da anni di rimuovere i rifiuti presenti nel Great Pacific Garbage patchcon spedizioni appositamente studiate, ma, ovviamente, non è sufficiente per risanarne le condizioni ambientali e per diminuirne la grandezza. Il progetto più ambizioso, mirato a ripulire gli oceani dalla plastica, è quello ideato da Boyan Slat, fondatore della no-profit Ocean Cleanup. Il progetto consiste in un tubo di polietilene di 1,2 metri di diametro e 600 di lunghezza che viene posto sulla superficie dell’oceano formando una U. Muovendosi lentamente nell’acqua, guidato dalle correnti e dai venti, può catturare sia i rifiuti in superficie che quelli situati fino a una profondità di tre metri. Ovviamente il tubo possiede luci e sistemi anticollisione per evitare impatti con navi. Secondo delle stime iniziali, nel primo anno si dovrebbero riuscire a raccogliere tra i 45.000 e i 68.000 chili di plastica. L’obiettivo di Slat è quello di riuscire a ripulire fino al 50% dell’isola di plastica in cinque anni[5].

Cosa fare per ridurre l’inquinamento delle acque? Una panoramica europea

Alla luce di quanto sin qui osservato, sarebbe opportuno che tutti attuino un comportamento rispettoso dei luoghi e della natura che ci circonda. Se ognuno di noi facesse poca più attenzione e promuovesse uno stile di vita dedito alla salvaguardia ambientale (quindi eliminare gli oggetti monouso, comprare bottiglie in vetro, eliminare sacchetti di plastica, utilizzare detergenti naturali, non gettare negli scarichi olii e grassi di cucina – un litro d’olio può inquinare fino a un milione di litri di acqua) si potrebbe avere un miglioramento delle condizioni attuali. Ovviamente il “grosso del lavoro” deve essere fatto da politiche e incentivi mirati alla tutela ambientale. Infatti, la protezione e la gestione delle risorse idriche è un dominio protetto anche da norme e direttive quadro dell’Unione Europea sulle acque, che mirano alla salvaguardia delle acque pulite e al loro utilizzo sostenibile.  

Nel 2012 la Commissione Europea ha presentato il Piano per la salvaguardia delle risorse idriche europee, un programma che garantisce un adeguato approvvigionamento idrico sul piano qualitativo e quantitativo per tutti gli usi legittimi. Esso presuppone lo sviluppo da parte di tutti gli Stati membri di una contabilità delle risorse idriche e della stipulazione di norme per il riutilizzo delle acque. Questo progetto è composto da due piani giuridici principali, ossia la direttiva quadro sulle acque e la direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino, qui elencate:

  1. Direttiva quadro sulle acque e direttive specifiche in materia di acque, formata da:
  1. Direttiva sulla protezione delle acque sotterranee
    1. Direttiva sull’acqua potabile
    1. Direttiva sulle acque di balneazione
    1. Direttiva sugli standard di qualità ambientale
    1. Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane
    1. Direttiva sui nitrati
    1. Direttiva sulle alluvioni
  2. Politica costiera e marittima dell’UE, formata da:
    • Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino
    • Regolamento sulla gestione integrata delle zone costiere
    • Direttiva relativa all’inquinamento provocato dalle navi
  3. Accordi internazionali sulle risorse idriche regionali, formati da quattro strutture internazionali di cooperazione per la protezione delle acque marine in Europa:
    • Convenzione OSPAR del 1992 (basata sulle precedenti convenzioni di Oslo e Parigi) per l’Atlantico nordorientale;
    •  Convenzione di Helsinki del 1992 per la zona del Mar Baltico;
    • Convenzione di Barcellona (UNEP-MAP) del 1995 per il Mediterraneo;
    • Convenzione di Bucarest del 1992 per il Mar Nero.

Per quanto riguarda la tutela delle acque fluviali dobbiamo elencare:


Esistono anche diverse strategie di cooperazione interregionale incentrate sulla tutela delle acque marine o sui bacini fluviali:

Più recentemente è nata un ‘iniziativa dei cittadini europei:Right2Water,che ha esortato le istituzioni dell’UE e gli Stati membri a garantire che tutti i cittadini godano del diritto dell’acqua e all’igiene, che la gestione e l’approvvigionamento delle risorse idriche non siano amministrate da regole del mercato interno e che i servizi idrici vengano eliminati dalle misure di liberalizzazione. In risposta a ciò, il 15 Dicembre 2020, il Parlamento Europeo ha approvato la Direttiva riveduta sull’acqua potabile, entrata in vigore ormai due anni fa, il 12 Gennaio 2021.
(Articoli da 191 a 193 del TFUE, Protezione e gestione delle risorse idriche).

In conclusione, è necessario ricordare che la nuova Strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030, ha come obiettivo anche quello di rafforzare ulteriormente la protezione degli ecosistemi marini, tema che è stato posto in primo piano anche nel corso della COP15 recentemente conclusa a Montreal, in Canada.

Fonti

  1. https://vittime-del-dovere.it/ambiente-e-salute/inquinamento-ambientale/.
  2. https://education.nationalgeographic.org/resource/great-pacific-garbage-patch.
  3. https://it.euronews.com/2019/12/17/l-agricoltura-irresponsabile-ha-avvelenato-meta-delle-falde-acquifere-spagnole.
  4. https://lab.gedidigital.it/repubblica/2017/ambiente/inquinamento_plastica_acqua/#:~:text=Sono%20sempre%20pi%C3%B9%20numerose%20le,corrente%20di%20tutto%20il%20mondo.
  5. http://www.iridra.eu/it/fitodepurazione/applicazioni/agricoltura-diffuso-2.html.
  6. https://unesdoc.unesco.org/in/documentViewer.xhtml?v=2.1.196&id=p::usmarcdef_0000380739_ita&file=/in/rest/annotationSVC/DownloadWatermarkedAttachment/attach_import_f60942f7-45ba-4d74-b75c-5619a725c9a2%3F_%3D380976ita.pdf&locale=en&multi=true&ark=/ark:/48223/pf0000380739_ita/PDF/380976ita.pdf#%5B%7B%22num%22%3A314%2C%22gen%22%3A0%7D%2C%7B%22name%22%3A%22XYZ%22%7D%2C0%2C842%2C0%5D.
  7. https://www.cambialaterra.it/2018/06/quando-lagricoltura-e-linquinatore-numero-1/.
  8. https://www.wwf.ch/it/i-nostri-obiettivi/inquinamento-dei-mari.
  9. https://www.waterandfoodsecurity.org/scheda.php?id=145.
  10. https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/02/la-macchina-che-rimuove-la-plastica-dal-pacifico-ha-avuto-un-problema.
  11. https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/74/protezione-e-gestione-delle-risorse-idriche.

[1] Per maggiori dettagli si rimanda a (Tutta la plastica che beviamo, Dan Morrison & Chris Tyree in collaborazione con Orb, La Repubblica, 2017).

[2] Per maggiori dettagli si rimanda a Goffredo Galeazzi, Quando è l’agricoltura a inquinare acqua e suolo, reperibile al seguente link: https://www.cambialaterra.it/2018/06/quando-lagricoltura-e-linquinatore-numero-1/.

[3] Per maggiori dettagli si rimanda a Manuel Domingo Martì, L’agricoltura irresponsabile ha avvelenato metà delle falde acquifere spagnole, in “Euronews”, reperibile al seguente link: https://it.euronews.com/2019/12/17/l-agricoltura-irresponsabile-ha-avvelenato-meta-delle-falde-acquifere-spagnole.

[4] Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2022, “Acque sotterranee – Rendere visibile la risorsa invisibile”, 2022, p.58.

[5] Per maggiori dettagli si rimanda a Laura Parker, i La macchina che rimuove la plastica dal Pacifico, in “National Geograhic”, reperibile al seguente link: https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2020/02/la-macchina-che-rimuove-la-plastica-dal-pacifico-ha-avuto-un-problema

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